Dottore della Chiesa
Maria, Francesca, Teresa nasce il 02/01/1873 ad Alençon (Francia), in una famiglia autenticamente cristiana, ultima di nove figli, dai coniugi LUIGI e ZELIA MARTIN. Ha poco più di quattro anni, quando muore la madre e così la famiglia si trasferisce a Liseux dove Teresa trascorrerà tutta la sua vita.
A 15 anni (preceduta dalle sorelle Paolina e Maria) Teresa decide di entrare nel Monastero Carmelitano di Liseux con un preciso e fermo programma di vita: “salvare le anime dei peccatori e pregare per i sacerdoti…”. Lei che già un anno prima, avendo saputo della condanna a morte di un criminale impenitente, di nome Pranzini, si prende a cuore il caso e prega chiedendo GRAZIA a Dio per la sua conversione, Pranzini si converte e prima di morire bacia il crocifisso, dando così inizio alla sua esperienza di “MATERNITÁ SPIRITUALE”.
Nel monastero conduce una vita molto semplice e nascosta, adottando una propria strategia, quella della : “PICCOLA VIA di fiducia e di amore…”, vincendo soprattutto l’amor proprio e forgiando sempre più il suo carattere al Vero Bene.
Vive prove fisiche e spirituali avendo sempre come “MAESTRO INTERIORE” Nostro Signore Gesù Cristo ed il suo Vangelo, scrive: “Appena do un’occhiata al Santo Vangelo, subito respiro i profumi della vita di Gesù e so da che parte correre…”.
La sua “corsa” è tale che a 22 anni Teresa si offre vittima all’AMORE MISERICORDIOSO. La sera del 30 settembre 1897, muore a 24 anni.
GIOVANNI PAOLO II, nel 1999, le conferisce il titolo di “Dottore della Chiesa” definendola “esperta della SCIENTIA AMORIS”.
Conoscere S. Teresa di GESÚ BAMBINO e DEL VOLTO SANTO, nei suoi manoscritti autobiografici, è come respirare, a pieni polmoni, (fosse anche per pochi attimi) i profumi della Vita Vera.
“Storia di un’anima”, pubblicato un anno dopo la sua morte, è tra i libri più conosciuti e letti della spiritualità cristiana.
BEATA ELISABETTA DELLA TRINITÀ (1880-1906)
ELISABETTA della TRINITA’ nacque nel campo militare d’Avor, nel comune di Farges-en-Septaine (Cher), alle porte di Bourges (Francia),il18 luglio 1880 da Giuseppe Francesco Catez, capitano dell’ottavo squadrone dei servizi di equipaggiamento e da Maria Rolland.
Nel 1882 il capitano Catez con la sua guarnigione si trasferisce a Digione e in una confortevole abitazione, villa Billiet, va a vivere felicemente con la piccola Elisabetta e sua moglie. Ben presto la famiglia viene allietata dalla nascita di Margherita. Purtroppo, però, la serenità e la gioia vengono interrotte tragicamente dalla morte del capitano Catez avvenuta il 2 ottobre 1887.
La famiglia è costretta a lasciare villa Billiet e a trasferirsi in un appartamento più modesto. La signora Catez si dedica completamente all’educazione e alla crescita delle sue bambine. Entrambe erano intelligenti e sveglie, caratterialmente, però, erano diverse: molto mite e dolce Margherita, volitiva e assai collerica Elisabetta. Si racconta che, addirittura la mamma era arrivata al punto di minacciarla che l’avrebbe rinchiusa nell’istituto del Buon Pastore a causa dei suoi comportamenti violenti, da “vero diavolo” come la definiva la sorella.
Il primo incontro con Gesù Eucaristia, avvenimento straordinariamente ricco di grazie, e precedentemente la prima Confessione trasformano profondamente Elisabetta. Non frequentò mai scuole vere e proprie, due istitutrici le insegnarono a leggere, a scrivere e ad apprezzare la letteratura. Fin da piccola frequentando il Conservatorio mostra una spiccata attitudine per la musica e ottiene numerosi premi per le sue esecuzioni al pianoforte, tanto che nei numerosi viaggi estivi insieme alla mamma ed alla sorella, era molto ricercata per il suo talento musicale.
Durante l’età preadolescenziale comincia a sentirsi particolarmente attratta da Cristo e come lei stessa racconta “senza attendere mi legai a Lui con il voto di verginità”; il suo sguardo era sempre rivolto al vicino monastero carmelitano, tanto che prega la mamma di darle il consenso per abbracciare la vita religiosa. La mamma rifiuta con tutte le forze, finché si arrende vista la determinazione della figlia, ponendo, però, la condizione della maggiore età.
Il 2 agosto 1902 finalmente Elisabetta realizza il suo sogno: entra nel Monastero delle Carmelitane Scalze di Digione e l’8 dicembre ne veste l’abito assumendo il nome di Elisabetta della Trinità.
Ben presto le sue speranze e i suoi sogni vengono infranti da una grave malattia ,il morbo di Addison, che la porterà alla morte il 9 novembre 1906.
Numerosi sono i suoi scritti: Lettere (indirizzate alla mamma, alle amiche, alla sorella, a vari reverendi e reverende e conoscenti vari ); il Diario (1899-1900) ; Biglietti a persone diverse; Elevazione alla Santissima Trinità; Ritiro (come si può trovare il cielo sulla terra) ; Ultimo Biglietto della Serva di Dio alla sua Madre Priora, Madre Germana di Gesù ed infine le numerose Composizioni Poetiche (1894-1906)
È stata beatificata il 25 novembre 1984 da Papa Giovanni Paolo II.
SANTA MARIA DI GESÙ CROCIFISSO(1846-1878)
( MARIAM BAOUARDY)
I CONUIGI MARTIN
“Nel bel mezzo delle difficoltà che viviamo, la proclamazione di due sante della Palestina è un evento spirituale molto importante per gli abitanti della Terra Santa. Rappresentano una nuova luce per il nostro cammino. Si parla spesso di Terra Santa come di una terra devastata dalla violenza e dalle divisioni, con una conseguente distorsione della sua immagine. Sono proprio le due sante a restituire a questa terra il suo vero volto, mostrando che la santità è possibile anche nelle situazioni più difficili”.
Il patriarca di Gerusalemme Fouad Twal commenta così la canonizzazione di beate delle Terra Santa: suor Maria Alfonsina Danil Ghattas, religiosa, fondatrice della Congregazione delle suore del Rosario di Gerusalemme e Maria di Gesù Crocifisso Baouardy, monaca professa dell’Ordine dei Carmelitani Scalzi, fondatrice del Carmelo di Betlemme, affermando, inoltre, che: “La santificazione di due donne provenienti dal Medio Oriente, proprio nel mezzo di queste circostanze difficili, è un appello di Papa Francesco a pregare, dal momento che solo la preghiera può aiutare la nostra ragione a liberarsi dalle sue calamità in modo miracoloso”.
Ed ha aggiunto: “Abbiamo adesso due nuove sante che sono un modello di perfezione per i cristiani come per i musulmani e gli ebrei. Tutte e due si chiamano Mariàm, nome comune alle tre religioni. Questo è un segno del nostro tempo. Vuol dire che le tre religioni possono dialogare assieme senza discriminazione”.
Puntiamo l’attenzione sulla Beata Mariàm di Gesù Crocifisso Baouardy, fiore della Terra Santa e del Carmelo, beatificata il 13 novembre 1983, da San Giovanni Paolo II, e, canonizzata, con l’altra Beata suor Maria Alfonsina, domenica 17 maggio 2015 in piazza San Pietro a Roma, canonizzazione presieduta dallo stesso Papa Francesco.
Il giorno della sua beatificazione San Giovanni Paolo II ha pronunciato meravigliose parole parlando di Mariàm ai fedeli presenti a questo evento, parlando della suora che lui stesso amava molto, della suora che era amata dalla Madonna, da Gesù e da San Giuseppe, proprio come possiamo appurare dalla narrazione degli episodi della sua intera vita.
Una frase pronunciata da San Giovanni Paolo II, racchiude tutta la sua vita terrena: “Mariàm è il frutto di questa Terra Santa. In essa tutto ci parla di Gesù. Innanzitutto i posti nei quali ella è vissuta. Nazareth, presso cui è nata; Betlemme, dove ha consumato il suo sacrificio; il Monte Carmelo, simbolo della vita di preghiera solitaria, quadro della sua vita religiosa ma, soprattutto, Ella ci avvicina al Calvario, poiché non ha cessato di portare nella sua vita la Croce di Gesù, scegliendo per sé il nome di crocifisso.”
I genitori erano profondamente religiosi, ma dovettero sopportare il peso di dure prove. Infatti non riuscivano ad avere figli che sopravvivessero a lungo, morendo sempre in tenera età. Decisero così di fare un pellegrinaggio a Betlemme, per pregare davanti alla Grotta e chiedere la grazia di una figlia, promettendo di chiamarla come la Madonna, offrendo a Dio una quantità di cera uguale al peso che la bambina avrebbe avuto a tre anni.
Nove mesi dopo, il 5 gennaio 1846 a Ibellin in Galilea, piccolo villaggio a metà strada tra Nazareth ed Haifa, nacque Mariàm, che venne battezzata e cresimata, secondo la tradizione familiare, con il rito greco-ortodosso. Nel 1847 nacque Boulos, il suo fratellino.
Ma la vita di Mariàm non fu facile, non aveva ancora tre anni che morì suo padre, seguito a poco tempo di distanza dalla moglie, distrutta dal dolore. Prima di morire il padre affidò la bambina a San Giuseppe, chiedendogli di farle da padre e di custodirla. I ragazzi furono poi adottati da due parenti: Mariàm da uno zio paterno, economicamente agiato, e Boulos da una zia materna che abitava in un villaggio vicino ma non ebbero più modo di rivedersi.
Della sua infanzia si conosce ben poco, solo qualche episodio che la stessa aveva raccontato alle sue consorelle. Aveva cinque anni quando, giocando con due uccellini, ne causò la morte. Mentre stava per seppellirli, udì una voce, quella di Gesù, che le disse: “Vedi, è così che tutto passa; ma se vuoi donarmi il tuo cuore, io sarò sempre con te!”.
Queste parole segnarono il suo spirito in modo indelebile, non facendola esitare neppure davanti a delle prove difficili e dolorose.
All’età di otto anni, con un sotterfugio, riuscì a ricevere la prima comunione, ma il parroco, scoprendo la cosa, le concesse di ricevere il corpo di Gesù solo un’altra volta, in gran segreto, facendola poi aspettare fino al compimento dei dodici anni, comunicandola con tutte le altre fanciulle della sua età.
Lo zio si trasferì ad Alessandria d’Egitto con tutta la famiglia e la portò con sé.
Raggiunta l’età di tredici anni, secondo la tradizione orientale, lo zio stabilì che fosse l’ora di maritarla. La giovane Mariàm, il cui unico desiderio era di donarsi a Gesù, si oppose; ne seguirono maltrattamenti e minacce, ma lei, sempre più decisa a non cambiare idea, riuscì a fuggire dalla casa dello zio. Si recò presso un vecchio servitore della famiglia, con la speranza di riuscire a contattare con una lettera il fratellino Boulos, rimasto in Galilea. Raccontò al servitore tutte le angherie a cui era stata sottoposta, questi, di fede musulmana, le suggerì di abbracciare l’Islam, abbandonando il cristianesimo. Mariàm, senza nessuna esitazione, rifiutò. Il rifiuto fece imbestialire il servitore che, sguainando la scimitarra, le tagliò la gola, abbandonandola poi, credendola morta, in un luogo solitario in piena notte. Era l’8 settembre 1858.
Raccontò poi che era veramente morta, che la sua anima aveva abbandonato il suo corpo ed aveva la sensazione di essere in Paradiso, di vedere la Madonna, i Santi, i suoi genitori, la Santissima Trinità e Gesù in sembianze umane. Sentì una voce che le diceva: “È vero, tu sei vergine, ma il tuo libro non è ancora compiuto”, così la sua anima tornò nel proprio corpo.
Sì svegliò in una grotta, curata da una giovane donna, vestita di blu, con le sembianze di una religiosa. La donna la curò per quattro settimane, nutrendola e istruendola. A guarigione avvenuta la condusse in una chiesa e scomparse, la giovane riconobbe nella religiosa la Vergine Maria.
Mariàm si sposto di città in città, lavorando come domestica, scegliendo sempre delle famiglie povere, aiutandole in tutto, lasciandole quando si sentiva troppo onorata.
Nel 1865 giunse a Marsiglia e qui, venne in contatto con le Figlie di San Giuseppe dell’Apparizione. Pur avendo diciannove anni ne dimostrava solo dodici o tredici a causa del suo fisico minuto e cagionevole, ma fu accolta come postulante. Non sapeva né leggere né scrivere, parlava male il francese, conoscendo solo poche parole. Nonostante tutto poteva donarsi al Signore, provando una grande gioia. In quel periodo ricevette le stigmate, rivivendo ogni settimana la Passione di Gesù, ma nella sua semplicità considerava questo “grandissimo dono” una malattia. Insieme alle stigmate ricevette anche ogni sorta di grazie straordinarie.
In quel periodo madre Veronica, suora di San Giuseppe, in attesa di essere trasferita al Carmelo, venne chiamata a sostituire la Maestra delle novizie, ebbe così modo di conoscere e stimare Mariàm, tanto da chiederle di seguirla nell’Ordine del Carmelo.
Nel mese di giugno 1867 Mariàm fece il suo ingresso nel Carmelo di Pau, dove trovò comprensione e amore. Il mese seguente prese l’abito con il nome di suor Maria di Gesù Crocifisso. Fece la richiesta di essere suora conversa, sia perché era più a suo agio nel servire gli altri, sia perché non era in grado di recitare l’Ufficio divino in quanto non sapeva leggere. Ma la sua semplicità e amabilità conquistò tutte le suore.
In una delle sue tante estasi pronunciò queste parole: “L’umiltà è felice di essere un niente, non si attacca a niente, non si stanca mai di niente. È contenta, felice, ovunque felice, soddisfatta di tutto… Beati i piccoli!”.
Trascorse tre anni nel Carmelo di Pau, nel 1870, venne inviata, con un piccolo gruppo di suore, a fondare il primo monastero di Carmelitane in India, a Mangalore. Il viaggio fu disastroso, tre suore morirono prima di arrivare a destinazione. Alla fine dell’anno iniziò la vita claustrale e nella primavera seguente arrivarono altre sorelle dalla Francia. Pur facendo lavori pesanti e difficoltosi inerenti la fondazione del monastero, Mariàm continuò ad avere le sue straordinarie esperienze.
Pronunciò i voti al termine del noviziato, il 21 novembre 1871, ma nella nuova destinazione trovò sofferenze su sofferenze. Il demonio le insinuò i pensieri più angosciosi cercando, invano, di gettarla nella disperazione. A questo si aggiunse l’incomprensione della nuova priora e del vescovo locale che mettevano in dubbio l’autenticità di quello che viveva. Fu così rimandata al Carmelo di Pau.
La “piccola araba”, come veniva chiamata, tornando a Pau, riprese la semplice vita di conversa, amata e rispettata dalle consorelle. Durante le sue frequenti estasi, Mariàm semianalfabeta, improvvisò nello slancio della sua riconoscenza verso Dio, dei componimenti poetici di grande bellezza e freschezza, componimenti in cui tutta la creazione inneggia al suo Creatore; oppure, in un attimo, attirata dallo slancio della sua anima verso il Signore, era possibile vederla sulla cima di un albero che non avrebbe sostenuto neanche un uccellino…
Si cominciò a parlare, dopo il suo ritorno da Mangalore, della fondazione di un nuovo Carmelo a Betlemme. Nonostante i numerosi ostacoli, rimossi lentamente, la “piccola araba” conobbe una benefattrice, Berthe Dartigaux, che le fu molto vicina; fu incoraggiata molto anche dal suo confessore. Finalmente arrivò l’autorizzazione da Roma e, il 20 agosto 1875, un piccolo gruppo di Carmelitane partì per la Terra Santa. Fu lo stesso Signore che guidò Mariàm nella scelta del luogo e della costruzione: una bella costruzione circolare, funzionale e di ottimo gusto, ben inserita nel paesaggio palestinese.
Considerando che era l’unica a parlare l’arabo, le fu affidata la sorveglianza dei lavori, riuscendo a suscitare la simpatia degli operai che la vedevano lavorare “immersa nella sabbia e nella calce”. Anche se non completata, le Carmelitane presero possesso della costruzione il 21 novembre 1876.
Si occupò anche della fondazione di un Carmelo a Nazareth, dove si recò per l’acquisto del terreno nell’agosto del 1878. Tempo addietro Mariàm aveva profetizzato che durante quel viaggio il Signore le avrebbe mostrato il luogo in cui aveva spezzato il pane con i discepoli. Arrivati a Emmaus indicò il luogo e vi si inginocchiò. Negli anni venti del novecento gli archeologi si trovarono di fronte alla scoperta di tre santuari sovrapposti, costruiti in epoche diverse, a riprova della illuminazione di Mariàm.
Tornata a Betlemme, riprese il suo lavoro di controllo e sorveglianza dei lavori. Aiutava gli operai e, portando loro da bere, cadde da una scala fratturandosi un braccio. Dalla ferita si sviluppò rapidamente la cancrena e nel giro di pochi giorni Mariàm morì, il 25 agosto 1878, dicendo:
“Mio Gesù, misericordia”, Dio venne a chiamarla per sempre.
Di Lei restano poesie ed inni bellissimi che non avrebbe mai potuto comporre in base alle sue conoscenze, avendo a stento imparato, in seguito alle insistenze dei superiori religiosi, a leggere e a scrivere.
Una poesia dice:
“A chi somiglio io, Signore?
Agli uccelletti implumi nel loro nido.
Se il padre e la madre non portano loro il cibo, muoiono di fame.
Così l’anima mia senza di Te: non ha sostegno, non può vivere.”
Conoscere Teresa di Liseux è accostare il suo ambiente familiare, il terreno in cui lei è vissuta e dai quali non solo ha ricevuto l’esistenza, ma tutto ciò che l’ha aiutata a realizzare in sé il progetto di Dio. Senza questi genitori santi, forse non avremmo avuto questa santa. Della santità dei suoi genitori ne era convinta la stessa Teresa, quando in una delle lettere inviate a don Bellière, scrisse: “Il buon Dio mi ha dato un padre e una madre più degni del cielo che della terra!”.
La santità di Teresa, così, mentre avvolge quella dei genitori, la riflette. Così racconta Teresa nella sua “Storia di un’anima”: “Il fiore che racconta qui la sua storia si rallegra perché farà conoscere le premure tutte gratuite di Gesù… [che] l’ha fatto nascere in una terra santa e quasi permeata di profumo verginale. L’ha fatto precedere da otto gigli sfolgoranti di candore” (Manoscritto “A”, 11 – i gigli sono per Teresa i fratelli che l’hanno preceduta – lei è l’ultima di nove e li definisce sfolgoranti i candore perché due sorelline e due fratellini morirono in tenera età e le altre quattro sorelle abbracciarono tutte, come lei stessa, la vita religiosa).
Luigi e Zèlia si unirono in matrimonio il 13 luglio 1858 e il 13 luglio 1927 Pio X estendeva la memoria liturgica di Santa Teresa di Lisieux. Papa Francesco ha canonizzato i beati Luigi e Zélia Martin nella Giornata Missionaria Mondiale di domenica 18 ottobre 2015 in piazza S: Pietro, nell’ambito del Sinodo dei Vescovi sulla Famiglia. Si tratta del primo caso di canonizzazione di una coppia di sposi, una coppia di coniugi che costituisce un esempio concreto di santità familiare.
“Il Sinodo dà tante indicazioni” ha detto padre Ciro benedettini, vicedirettore della sala stampa vaticana, “ma quello dei coniugi Martin è l’esempio più importante, quello concreto della santità familiare, che non è un sogno o una chimera, ma qualcosa che si può raggiungere”. Proprio la “imitabilità” da parte di tutti dell’esempio dei coniugi Martin, viene dunque considerato l’elemento più importante, soprattutto durante i lavori di questo Sinodo.
Un’umiltà straordinaria e una vita dedicata all’amore. Un amore multiforme: per Cristo prima di tutto, ma anche l’uno per l’altra, peri i proprio genitori, per i figli, e quello profuso verso il prossimo attraverso la carità. Al di fuori del circolo familiare.
Ma chi sono i coniugi Martin canonizzati durante il Sinodo?
Luigi Martin e Marie - Azélie (detta Zélia) Guérin, inizialmente orientati alla consacrazione religiosa, si incontrarono presso il ponte Saint Leonard ad Alençon e da allora non si separarono più. Dal loro matrimonio, celebrato a mezzanotte del 13 luglio 1858, nacquero nove figli, ma solo cinque figlie sopravvissero, che divennero tutte religiose.
Zélia morì per un cancro al seno nel 1877, mentre Luigi, affetto da arteriosclerosi e da paralisi, si spense nel 1894. le loro cause di beatificazione, avviate separatamente, dalla fase romana in poi ebbero percorso congiunto. Beatificati sotto papa Benedetto XVI il 19 ottobre 2008 a Lisieux, sono stati, appunto, canonizzati da papa Francesco quasi sette anni dopo, il 18 ottobre 2015, nel corso del Sinodo.
Il lavoro o l’educazione dei figli, l’amore coniugale o l’apertura e l’attenzione verso gli altri? Rileggendo la vita di Luigi Martin e Zélia Guérin si cerca invano il prevalere di un aspetto o dell’altro nello stabilire quale abbia contato di più nel cammino verso la santità. Poiché la loro vita è piuttosto la testimonianza di una quotidianità vissuta alla presenza di Dio.
Luigi Giuseppe Stanislao Martin nacque a Bordeaux il 22 agosto 1823, suo padre era capitano dell’esercito francese. La sua prima formazione è legata alla vita militare di suo padre: dai tre anni e mezzo fino ai sette anni fece parte, a Strasburgo, degli Enfants de Troupe. Al trasferimento, nel 1831, della sua famiglia ad Alençon, frequentò gli studi presso i Fratelli delle Scuole Cristiane. Non avendo nessuna passione per la vita militare, si orientò verso il mestiere di orologiaio e si recò a Rennes, in Bretagna, per compiere il suo apprendistato. Appassionato della poesia, del disegno e della pittura e di indolo contemplativa, a 22 anni, nel 1845, tentò di entrare nel Monastero di San Bernardo, ma la sua entrata in convento fu rifiutata per la mancata conoscenza del latino, lingua di cui intraprese le studio, per un certo periodo di tempo, mentre lavorava come orologiaio ed orefice, abbandonando in seguito tale progetto.
Alimentava la sua fede con la celebrazione eucaristica, quasi quotidiana, e con l’adorazione notturna; testimoniava la sua fede esercitando la carità. Iscrivendosi anche alla conferenza di San Vincenzo de’ Paoli, rispettando il riposo domenicale, partecipando anche ai pellegrinaggi; l’approfondiva con la lettura, la meditazione e il silenzio.
Il 13 luglio 1858, dopo solo 3 mesi di fidanzamento, si sposò con Zélia Guérin, che aveva un negozio di merletti. Negli ultimi tempi chiuse il negozio per dedicarsi esclusivamente all’amministrazione dell’azienda della moglie.
Legato profondamente alla moglie, amante delle sue figlie, visse alla luce della fede le diverse situazioni: la morte dei suoi quattro bambini e quella della moglie stessa. Dopo la morte della moglie, nel 1877, Luigi vendette il negozio di merletti e si trasferì con le figlie a Lisieux presso il fratello di Zélia; qui, dopo un periodo di serenità, quattro figlie, una dopo l’altra, lo lasciarono per entrare in convento.
Nel 1888, dopo la partenza di Teresa, da lui amata in modo particolare, iniziò per Luigi il tempo del dolore: ricoverato prima all’Ospedale del Buon Salvatore a Caen e poi, colpito da paralisi, riportato a casa, fu amorevolmente assistito da Celina. Morì il 29 luglio 1894 all’età di 71 anni.
Zélia Guérin, nata il 23 dicembre 1831 a Gandelain, fu battezzata il giorno dopo nella chiesa di Saint – Denis sur Sarthon.
Dopo gli studi presso il convento dell’Adorazione Perpetua, Zélia sente in sé il desiderio della vita religiosa. Ricevuto, però, il diniego dalla Superiora a causa delle sue difficoltà respiratorie e dei suoi continui mal di testa, Zélia si dedicò all’’arte del “punto d’Alençon”, un tipo di ricamo assai apprezzato, ma molto difficile. Affermatasi nel settore, aprì un proprio laboratorio, coinvolgendo poi nella gestione lo stesso marito.
Animata dalla carità lottò contro ogni forma di ingiustizia – riuscì a smascherare, non senza paura, due falsi religiosi che disturbavano una bambina di otto anni – e si prodigò a favore dei bisognosi. Amò moltissimo i suoi figli e per loro desiderava che fossero santi. Anche per lei desiderava la santità (lettera alla figlia Paolina, 26 febbraio 1876): “Vorrei farmi santa, ma non so da che parte incominciare; c’è tanto da fare che mi limito al desiderio”.
Zélia non fu mai abbandonata dalla sofferenza, il 28 agosto 1877 muore all’età di 46 anni.
Nella loro giovinezza entrambi avevano aspirato alla vita religiosa, formarono poi una famiglia, animati dalla preoccupazione principale del bene spirituale delle figlie. Teresa scriverà: “Avevo soltanto buoni esempi intorno a me, naturalmente volevo seguirli”.
Creano un ambiente familiare di grande laboriosità e di forte sensibilità di fede, che porterà tutte e cinque le figlie a consacrarsi al Signore nella vita religiosa. Proprio il dolore e la gioia legate ai figli attraversarono gran parte della vita coniugale di Luigi e Zélia. L’affronto del dolore e delle difficoltà è peraltro uno degli aspetti che rende moderna questa coppia di 150 anni fa. L’educazione dei figli è un altro aspetto, con un’attenzione centrata su ciò che formava il loro animo. In ogni caso la vera dote lasciata dai coniugi Martin è la testimonianza della fede, come dimostra santa Teresa quando ringrazia di aver avuti “genitori degni più del cielo che della terra”.
I coniugi Martin sono stati canonizzati non perché hanno messo al mondo una grande santa, ma per aver aspirato alla santità come coppia. Ognuno di loro aveva pensato di consacrarsi al Signore, nella vita religiosa, ma Dio aveva su di loro altri progetti e lì, sul ponte Saint Leonard, li ha fatti incontrare perché insieme, come sposi, potessero camminare nella via della santità dando un esempio luminoso di vita coniugale vissuta nelle adesioni alla volontà del Signore, nell’accoglienza e nell’educazione dei figli, nella realizzazione delle virtù umane e cristiane.
SANTA TERESA DI LISIEUX (1873-1897)